martedì 21 novembre 2017

i muri di Ljubodrag Andric















 







cosa mai ci sarà in un muro da fotografare?
è una domanda legittima e non ho una risposta.
mi piacciono le foto di Monica Bulaj che si ispira ai sussurri di dio nella mente dei popoli, com'è possibile che mi incuriosiscano dei muri?
eppure, qualcosa ha attratto la mia attenzione, durante la visita alla BAG, Bocconi Art Gallery.
ho scoperto che la manifestazione si ripete da ormai 10 anni, un solo giorno di esposizione, quindi esposizione evento, apertura al mondo del celeberrimo ateneo, ma guarda, e io dov'ero?
è stato bello passegiare in Bocconi, nella sua area più moderna e recente, e scoprire opere di arte moderna. il problema è che eravamo tutti vecchi, un esercito di adulti vecchi e decrepiti, io di studenti non ne ho avvistato manco uno. il bocconiano resiste al richiamo del bello. ho anche scritto al nipote fresco di iscrizione: ma dove sei?, ci sei? manco mi ha risposto.
tornando ai muri, le fotografie di Ljubodrag Andric sono come dei grandi punti interrogativi sulla mia faccia, nella mia retina, e, se vogliamo pensare che ci sia, nel mio cervello. 
è un'operazione in sottrazione, un muro non ha nulla da dire, ma una serie di muri probabilmente si.
è come uno schiaffo in faccia, come se mi ricordasse che i muri esistono e possono perfino essere diversi, diversificati, ma guarda, anche fotografati.
un muro, cos'è?

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

domenica 19 novembre 2017

reality Italia - prologo

in questo mondo capovolto si perde la bussola,
prima si entra e poi si bussa.
Spesso ad un mega party abbonda zucchero a velo
ma dal cielo piove veleno
che manda in pappa il cervello,
il grande fratello addormenta quello,
programma osceno per atti osceni nel nulla cosmico pubblico.
Esperimento per monitorare il comportamento,
formato da autori che decidono chi far copulare, restare e mandare fuori,
Malgioglio si doccia in vestaglia,
Predolin in un momento onirico si sbaglia,
Signorini si scaglia, Impastato buca la sfoglia,
Onestini bestemmia mentre l'ex fidanzata gira la bottiglia e se la squaglia.
Rodriguez Cecilia non si riconcilia, slitta dal Monte del sapone
incrocia un ciclista e dice: "ho perso la direzione",
poi si da una mossa dietro la tenda rossa pregando in posizione fissa.
Nell'armadio il rimedio è il cambio di stagione,
vie maglie e giacche, occorre detergere le macchie.
Laddove ci sono fiabe per tradizione il sesso orale non si scrive,
gli zombie del selfie in rivolta,
sfondare la porta non è più come una volta..
Verbi diversi, diverbi sparsi, proverbi persi, avverbi,
il quasi è ad un passo dalla apoteosi.
Ascoltare o scappare di fronte a nozioni di cultura generale
messe pressapoco così,
quando affondò il Titanic? "Alla fine del film",
chi compose "il 5 maggio"? "Pascoli",
Lorenzo Flaherty svirgola sui classici,
sui vizi capitali ispirato dalla leggerezza
include la stitichezza esclusa dalla lista,
superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, accidia, ira,
con l'aria che tira i sette re di Roma è una formazione di calcetto,
in porta Romolo, in avanti Numa Pompilio, Tullio Ostilio,
Anco Marzio, Tarquinio Prisco,
Servio Tullio e Tarquinio il Superbo allenatori,
trasferta a Campo de Fiori.
Giovanni Boccaccio in piena peste nera
scrisse di un gruppo di persone
che si danno alla pazza gioia prima d'incontrare il boia.
Precursore dell'umanesimo, per incantesimo
il distratto crede che Boccaccio sia una salsa per guarnire il piatto,
il medesimo non vale un centesimo.
Sussidi, dissidi, genocidi, il passato è tale e quale al futuro,
distanza meno di un metro, entrata principale dal retro.
Nella sfera terrestre non scorre latte e miele ma scie parallele
che sembrano piste ciclabili, ammirevoli questi creativi,
pseudo immortali che vogliono renderci schiavi

lunedì 13 novembre 2017

deridere


Perchè deridere i complottisti con una canzone??

"Canto e non faccio politica ma rido dei complottisti” (Francesco Gabbani)

Dopo aver accettato il brano portato alla vittoria del Festival di Sanremo, una canzone che contornata da un buffo balletto scimmiottava le varie culture orientali, ci chiediamo: Perchè ridere dei complottisti?
Nella pagina controinformo.info ci viene spiegato il metodo per gettare nel ridicolo mediante una tecnica che consiste nello screditare una tesi attraverso una scorretta analogia.
Lo schema adottato dall’interlocutore, in questo caso, è il seguente:

1. Il soggetto A (“teorico del complotto”) sostiene la tesi X (“teoria del complotto”);
2. Il soggetto A (“teorico del complotto”) sostiene la tesi Y (“teoria del complotto”);
3. La tesi X (“teoria del complotto”), con molte probabilità, rientra nella categoria delle bufale;
4. Anche la tesi Y (“teoria del complotto”) deve per forza essere una bufala.

La tecnica di argomentazione appena esposta è definita “sofisma” e consiste inun ragionamento corretto solo all’apparenza.
Dopo un’attenta analisi, infatti, ci si accorge che, in realtà, si tratta di un dispositivo retorico atto a scardinare proprio le difese della logica.
Il fatto che noi tutti siamo portati a ragionare in base a sofismi e preconcetti involontari e spontanei realizzati inconsciamente dal nostro cervello, non li rende certo veri, anzil’utilizzo abituale di queste espressioni ci dà la misura di quanto sia facile abituarsi a ragionare in modo distorto.
Se, ai sofismi, si aggiungono inutili giri di parole e frasi che si contraddicono l’una con l’altra, ci troviamo di fronte a vere e proprie “armi di distrazione di massa“, abbiamo a che fare con la disinformazione allo stato puro.

Stavolta il tema centrale di “Pachidermi e Pappagalli” è quello del complottismo. Gabbani prova a raccontare con la sua immancabile ironia il bisogno dell’uomo di avere sempre una teoria su tutto. E spesso pur di darsi delle risposte fugge dalla realtà aggrappandosi a verità fantasiose trovate sul web o a presunte cospirazioni e complotti. Nel brano quando si parla di fuga, si fa riferimento ai luoghi comuni. Al fuggire da una determinata tipologia di cultura per poter tentare di essere anticonformisti ma che in realtà ci porta ad un conformismo maggiore.
Una canzone cantata con atmosfera allegra alla portata di tutti, ma soprattutto destinata ai più giovani che rappresentano la maggioranza degli utenti dei vari social. Quindi trattare con la musica questo argomento particolari, (alcuni sostengono che la canzone affronti temi seri e discorsi banali privi di senso) significa rappresenta uno dei tanti metodi per cercare di spostare gli equilibri tra chi si fa influenzare da tutte le bufale presenti online e chi ritiene oggetto di sospetto ogni verità ufficiale decretata dalle istituzioni.
Diventa pertanto sempre più precario l'equilibrio tra informazione e disinformazione, tra la verità e la presunta tale!



Fonte: http://cerchionelgrano.blogspot.it/2017/10/perche-deridere-i-complottisti-con-una.html


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Sofismi e dissonanza cognitiva nella musica moderna ti portano lontano dalla verità 

Molti cantanti moderni esternano testi già pronti di cui non sanno nulla e puntano tutto sul ritmo, intanto grazie ai sofismi e alla dissonanza cognitiva, confondono le idee, distraggono da ciò che non si deve sapere, con le dolci melodie e ritmi a cui è difficile resistere, altro sofisma in quanto visto che la melodia è bella allora dice il vero e non dirà mai una menzogna… niente di più falso!

Solo un altro esempio, ma ce ne sono davvero tanti, troppi:

“Devi fare ciò che ti fa stare bene…”

“Devi fare ciò che ti fa stare bene (link al video-testo)…”

“…Pare che il brutto male nasca spontaneo da un conflitto irrisolto, vadano a dirlo a chi ha raccolto l’uranio nel conflitto in Kosovo…”  

Quindi vogliono deridere il fatto che un conflitto possa generare un brutto male, però (dissonanza cognitiva) devi fare ciò che ti fa stare bene(nel ritornello della canzone) e confondono con la parola “irrisolto”; nella realtà il conflitto se non viene risolto porta alla morte è la soluzione(conflitto risolto) che consente il ripristino della normalità biologica alterata dal precedente stato conflittuale intenso, ripristino della normalità alla medicina ufficiale del tutto sconosciuto e che dispregiamente chiama malattia.


Citano l’uranio (se ne parla qui e qui) pur sapendo che non c’entra nulla (o quasi) con le patologie dei soldati, ma tu devi sapere ciò che il sistema vuole. In un paio di frasi hanno inserito un sacco di carne al fuoco…


E a seguire:

“Chi se ne sbatte…

...di diete famose (alimentazione naturale), di strisce nel cielo (scie chimiche e geoingegneriae di banche (signoraggio bancario)…”

Insomma bisogna lasciar perdere queste stronzate e fare ciò che ci fa stare bene, ma si guardano bene dall’approfondire cosa faccia veramente stare bene cioè una vita lontano da questo distruttivo sistema/società che, almeno in questo paese, ci vuole tutti morti e sepolti.

Il testo si continua ancora con altre frasi col solito effetto : farti rimanere felice nella tua ignoranza e schiavitù.

Boicottiamo questo tipo di musica/canzoni e diffondiamo la verità più scomoda al sistema capitalistico-demoniaco che governa il mondo, uniti possiamo fare tanto. 

Fonte tratta dal sito .

fonte: http://wwwblogdicristian.blogspot.it/

sabato 11 novembre 2017

incolore e insapore: la teologia Ikea, glaciazione dell’anima

Lo sguardo cade oltre l’enorme finestra, sulla balaustra con i colori aziendali della multinazionale: azzurro e giallo. Ormai anche nel Mediterraneo ci sono chiari segni di imminente glaciazione importata dal nord. Le dimensioni delle nostre finestre, una volta modeste in relazione al parallelo, oggi aumentano a dismisura come se l’effetto serra al suo interno fosse quello auspicato alle latitudini polari. I colori stessi sono slavati, spenti. Giallino e azzurrino, appunto. Siamo ben distanti dal bianco accecante delle case del sud o dalle colorite case pastello di San Francisco. Anche lì i colori non sono vivaci, ma quelle tinte pastello così varie non possono che mettere buonumore. Parola questa preclusa a giallini e azzurrini, a cui associo piuttosto noia e fastidio. Giallo noia e azzurrino fastidio, abbinamento perfetto per il ristorantino Ikea in cui mi trovo. Uscito dalle casse rigorosamente cashless con la libreria in kit nel carrello avevo visto quell’invitante immagine di fish and chips. “Perchè no?”, mi ero detto. Mi veniva in mente quell’abbuffata di fish and chips in quella bettola vicino a Londra, in quel fast food popolare, trafficato e senza pretese. Le porzioni erano abbondanti e unte, e avevo ancora in bocca quel gusto inesplicabile di merluzzo fritto assieme alle patate fresche. Perchè no?
Mi armo quindi di buona volontà e mi avvicino al totem automatico. In teoria le cose erano semplici: con il touch screen si seleziona ciò che si vuole, si paga e si da lo scontrino all’assistente dietro al bancone. Tocco con l’indice il terminale che cambia Ikea smontataschermata. Adesso devo pagare. Poco sotto c’è la feritoia dentro cui bisogna far scorrere la banconota. Certo, potrei anche pagare con il bancomat, ma ho una specie di idiosincrasia verso i pagamenti di spiccioli via banca: non ce la faccio, lo trovo di una miseria inenarrabile. Cerco prima con calma poi con un crescendo di disperazione di infilare la banconota ma non c’è verso. Il meccanismo pare rifiutare qualsiasi tentativo. Mi guardo intorno. C’è una coppia di coetanei a cui chiedo lumi. Mi dicono di non saperne granché, osserviamo imbarazzati quel macchinario infernale che mi nega la possibilità di pagare. Poi la signora vede la luce: bisogna dare un consenso via touchscreen.
I computer hanno sempre qualche cazzo di meccanismo prioritario che non esiste nelle relazioni tra noi umani. Vogliono sempre qualcosa in più che noi non siamo abituati a dare. Addirittura la meccanica è più umana: l’auto mica ti domanda “sei sicuro che mi vuoi spegnere?” (o che vuoi accendere il tergicristallo e che ne hai diritto) al contrario del computer. Se devo pagare un cassiere non esiste motivo per cui quest’ultimo mi chieda se voglio davvero pagare e resti in attesa che io pigi un preciso tasto che non riesco ad individuare. Se mi trovo davanti a lui è solo per un motivo: devo pagare. Lui incassa e lì finisce la storia. Con i computer questa banale e ampiamente consolidata razionalità non fa parte dell’insieme di logiche perverse che lo animano. A questa incongruenza si somma il delirio del touchscreen. Mi torna in mente quella coppia di turisti a Firenze che mi chiedono se posso fare loro una foto con lo smartphone di ordinanza. No problem, I’m happy to help you. Certo, come no?LettoOgni volta che lo toccavo quell’oggetto insensato si trasformava in lettore Mp3, client di posta elettronica o qualsiasi altra diavoleria. Niente foto. Alla fine ho dovute passare l’ordigno multifunzione a mia figlia, che ha saputo domarlo.
Ecco, quelle logiche non mi appartengono, lo voglio affermare con tutto me stesso. Purtroppo la società digitale non ne può più fare a meno. Lo scopo fu dichiarato nel lontano 1933 alla World’s Fair di Chicago: «Science finds, industry applies, man conforms». Lo scontro è epocale: i comportamenti umani devono fare i conti con procedure di astrazione sempre maggiori voluti da scienza e messi in opera dalla tecnologia. Millenni di consuetudini sociali vanno riviste in funzione dei desiderata di banchieri, tecnologi e scienziati. Maledicendo il momento in cui avevo deciso di dedicarmi alla ristorazione nordica e incapace di accettare la sconfitta inflittami dalla tecnologia cashless, riesco finalmente ad inserire la banconota nella fessura, opportunamente apertasi dopo il complicato comando touchscreen. L’inserviente strappa il biglietto emesso dal totem e in cambio mi porge l’agognata vaschetta. Lascio il carrello fuori ed entro nell’area ristorazione. L’ambiente è anonimo in stile ecochic. Fanno bella mostra di sé l’arredamento in pseudo legno stile nordico dai colori slavati, l’angolo per la raccolta differenziata del pattume ed il finestrone di cui sopra. Nessun accenno ad una qualsiasi vivacità. Alzo lo sguardo oltre la balaustra: anche il mondo lì fuori sembra accogliere il diktat svedese. Un viavai di grigi camion e auto che rallentano per entrare in autostrada, o accelerano per uscirne. Trasporto gommato di merci che vanno a riempire magazzini piccoli e grandi come l’Ikea e agenti di commercio che propongono tali merci. Non riesco ad immaginare altro in quel traffico.
Mi appoggio ad un tavolo alto senza sedermi e inizio a mangiare. Nessun gusto particolare, evitiamo le cose definite quindi anche i gusti decisi come capperi e acciughe. Niente che mi ricordi quel fish and chips dei britannici. Eppure anche loro sono ben al nord. Ma hanno le cabine del telefono rosso acceso, scusa se è poco. Per curiosità sono andato a vedere come sono le cabine telefoniche svedesi. Che ci crediate o meno sono colorate sempre in stile “evitiamo ogni entusiasmo”. Tipico il verde affanno, variante del verde marcio. Non se ne esce vivi. Mi viene sete e con un euro si ha la possibilità di bere fino a scoppiare (non di salute, non preoccupatevi). La scelta è enorme: un sacco di distributori automatici. Peccato che i relativi gusti non siano poi così differenti. A parte la base sostanziosa di aspartame (ci scommetto che per dare un bel po’ di gusto dolce non usano lo zucchero) ci sono vari coloranti. Me ne verso un dito alla volta per tipo dentro al bicchiere di carta riciclabile e decido Ikea foodche della semplice acqua è mille volte meglio di quegli intrugli chimici. Ma l’acqua non è presente nei distributori, la vendono solo in bottiglie di plastica (riciclabile) e bisogna fare un altro biglietto al totem. No, grazie. Per oggi basta così. Butto la vaschetta ed il bicchiere di carta nel bidone del riciclo ed esco da quel posto sconsolato.
“Ma se ti fa così schifo perché ci vai, allora?”. Giusta domanda. La risposta è semplice: con gli stipendi che girano il risparmio è d’obbligo. Non sarei mai riuscito a comprare l’arredamento della camera di mia figlia da un artigiano senza vendermi un rene. Per carità, paragonare il lavoro di un falegname mobiliere al prodotto industriale svedese è una bestemmia urlata in chiesa alla domenica mattina durante la messa. Diciamo che se mi serve un letto con cassettoni ed un armadio laccato bianco e sono disposto a sorvolare sul fatto che la laccatura in realtà è un deposito di plastica melaminica su strato di avanzi di legno e cartone pressati questa soluzione economica e presuntuosamente ecochic (sempre di riciclo si tratta) può andare bene. Ed il mio rene rimane sempre lì, a mia disposizione. In realtà la multinazionale in questione ha catapultato il gusto verso l’amore (dettato da necessità economiche) per il falso. Anche i poveri possono permettersi il lusso, basta che sia apparente. E qui non c’entrano per nulla i cinesi: è tutta roba made in Eu. Inesorabilmente la nostra percezione, telecomandata dalle lobbies, sta sviluppando un interesse morboso verso l’estetica dimenticandosi l’anima delle cose.
Il telefonino è diventato oggetto di culto in quanto virtualizza esteticamente ogni relazione con il reale. La virtualità è oggi la parola d’ordine: gli amici non si incontrano a casa ma su Facebook, i contanti spariscono per lasciare spazio al cashless, il legno viene sostituito da melaminico stampato con venature di varie essenze, il succedaneo dei musicisti si chiama sequencer e via elencando. E’ il trionfo del ready made: i centri commerciali devono essere zeppi di cheap solutions predisposte ad hoc per chi non ha tempo né soldi da perdere in lente operazioni e pianificazioni. E il ready made è l’esatta contrapposizione all’animismo: nulla ha più anima, esiste solo un’unica ontologia digitale. Il trionfo del monoteismo virtuale ed astrattivo. Ikea arredamentoSconfitta l’idea antica che anche gli oggetti possano avere una propria ontologia con un preciso senso del Sé a cui possiamo essere legati, la postmodernità ci ha consegnato una panoplia di insensatezze il cui unico riferimento è la fenomenologia del digitale. Pensateci un momento: se togliete il digitale dalla vostra vita, cosa resta oggi? Niente Internet, niente computer, niente telefonini, niente tv. Non si salvano neanche le auto: senza il digitale spariscono praticamente tutte quelle che si vedono in giro.
In realtà le nostre vite sono comandate dal digitale: la noiosissima e lunghissima serie di zeri ed uno ha preso il sopravvento sull’analogico, ovvero la variazione infinita tra un minimo ed un massimo, capace di sfumature quasi impercettibili. L’oggetto analogico ha un’anima che la mente digitale non riesce più ad individuare e riconoscere. Viviamo in un universo on-off e la narrazione primaria (Big Bang) ci vuole figli casuali di una fluttuazione quantistica. Il ready made nato esattamente un secolo fa come denuncia di un sistema di valori senz’anima (urinoir di Duchamp) è diventato oggi il riferimento culturale primario. L’osservanza delle procedure ha soppiantato la comprensione del disegno generale che non appartiene più all’uomo. Siamo oggetti a disposizione delle macchine e del caso, dice Heisenberg. Triste epilogo della Res Cogitans cartesiana. «I believe that the horrifying deterioration in the ethical conduct of people today stems from the mechanization and dehumanization of our lives. A disastrous by-product of the development of the scientific and technical mentality» (Albert Einstein).
(Tonguessey, “Ikea”, da “Come Don Chisciotte” del 24 ottobre 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

martedì 7 novembre 2017

cos'è la zooerastia e in quali paesi del mondo è tollerata

I rapporti sessuali con gli animali oggi rimangono un tabù. Ecco quello che bisogna sapere su questo fenomeno e su come è regolato nel mondo.

Periodicamente si diffondono sul web notizie di rapporti sessuali tra persone e animali, che in alcuni casi hanno un epilogo in tribunale.
Si tratta di notizie di pastori che abusano di pecore, cani, cavalli, capre. Ma anche di individui che hanno rapporti con i propri animali domestici, come cani e gatti.

Un caso recente è avvenuto all’estero. Il 22 febbraio 2017 il tabloid britannico The Sun ha raccontato che una donna statunitense di 43 anni è stata arrestata in Mississipi perché avrebbe postato online un video in cui aveva un rapporto sessuale con il suo cane.

Ma basta una semplice ricerca su Google per capire che si può accedere a immagini e video pornografici che mostrano scene di zooerastia, cioè di sesso tra umani e altre specie di animali...



Anche se oggi la nostra società ha abbattuto molti tabù sulla sessualità, quello del sesso con gli animali rimane un tema di cui si fa fatica a parlare. Come diretta conseguenza, si conosce ben poco sull’argomento, sulla sua disciplina legale in Italia e in Europa e sulle radici psicologiche del fenomeno.

Che cos’è la zooerastia

Un tempo la zooerastia sarebbe stata definita una deviazione o perversione sessuale. Oggi il termine utilizzato in ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico è parafilia.

Rientrano nella categoria delle parafilie quelle pulsioni erotiche caratterizzate da fantasie e impulsi intensi e ricorrenti, che riguardano oggetti, che comportano sofferenza e umiliazione, e che sono rivolte verso minori e persone non consenzienti.

Nello specifico, la zooerastia è un disturbo sessuale riferito ai rapporti sessuali con animali. Questi impulsi sono considerati una psicopatologia solo se sono compulsivi e se possono procurare danni seri al funzionamento psicologico dell’individuo.

Cosa sono la bestialità, la zoofilia e il zoosadismo

Altre parole utilizzate nel linguaggio comune per indicare l’abuso sessuale di animali sono bestialità, zoofilia e zoosadismo. Secondo il rapporto Crimini sessuali contro gli animali realizzato da Ciro Troiano, criminologo e direttore dell’osservatorio sulle zoomafie presso l’associazione animalista Lega anti vivisezione (Lav) in realtà queste parole indicano tecnicamente aspetti diversi.

Bestialità (dal latino bestialitas) è un termine nato nel campo della teologia morale e indica “l’accoppiamento o il contatto di organi genitali umani con quelli animali, di natura non patologica, privo di qualsiasi coinvolgimento emotivo, frutto essenzialmente di bassa moralità e figlio di ambienti sociali marginali o di una società rurale dove il desiderio sessuale, quando non vi era la possibilità di essere soddisfatto in modo naturale, veniva appagato con il contatto fisico con un animale”.


Zoofilia (o zoofilia erotica) è un temine utilizzato per indicare “un coinvolgimento non solo fisico, ma anche emotivo, nei confronti degli animali”. Gli zoofili sostengono di avere una relazione che va al di là del raggiungimento del piacere sessuale e che per loro è una scelta “naturale e spontanea” che va oltre una semplice sostituzione del sesso praticato con umani.

Zoosadismo è il termine indicato per descrivere una forma di sadismo avente per oggetto gli animali. Trova il proprio soddisfacimento in azioni lesive o in uccisioni di animali.

In quali paesi del mondo è proibita e tollerata la zooerastia

Il sito tedesco Zeta-Verein, legato a un’associazione che promuove “tolleranza e chiarezza sulla zoofilia”, ha pubblicato una mappa che mostra come è regolato il fenomeno nel mondo e assegna a ogni paese un “indice di tolleranza” riguardo alla zooerastia.

Per quanto riguarda i paesi europei, in Italia, Spagna, Francia e Belgio, avere rapporti sessuali con gli animali è vietato. Nel nostro paese questo tipo di atti configurano il reato di “maltrattamenti su animali”, punito dall’articolo 544-ter del codice penale. In Italia non è punibile la semplice detenzione di materiale zoopornografico, come accade per il materiale pedopornografico.

Gli stati con la legislazione sulla zooerastia più rigida in Europa sono Regno Unito, Svizzera, Norvegia e Paesi Bassi. In questi paesi non è solo vietato avere rapporti sessuali con animali, ma anche vendere e possedere pornografia che mostri scene di zooerastia.

La Danimarca è stata una degli ultimi paesi europei a proibire i rapporti sessuali con gli animali. Fino ad aprile 2015 tali rapporti erano tollerati purché l’animale rimanesse illeso. Nel paese è ancora consentita la vendita di materiale pornografico sulla zooerastia.

Esistono inoltre paesi, come Ungheria e Finlandia, che non vietano esplicitamente i rapporti sessuali con gli animali. Tuttavia proibiscono la vendita di pornografia che mostri scene di zooerastia.

Per quanto riguarda i paesi extra europei, Il Brasile è la nazione con l’indice di tolleranza più alto secondo l’associazione Zeta-Verein, perché è consentito sia avere questo tipo di rapporti, sia possedere e vendere pornografia. Negli Stati Uniti la disciplina varia da alcuni stati come Sud Dakota, Wyoming e Texas, dove è tollerata, e altri in cui è proibita.

I rapporti sessuali con animali non sono vietati per legge neanche in Messico, Giappone, Cambogia e Russia.

Per quanto riguarda il Canada, una controversa sentenza della Corte suprema pubblicata a giugno 2016, stabilisce che gli atti sessuali con animali sono legali fintanto che non si verifica la penetrazione. Il provvedimento nasce da un caso giudiziario su un uomo della provincia occidentale di British Columbia, processato per 13 capi d’imputazione per violenze sulla figlia adottiva.

Uno di questi capi riguardava proprio la zooerastia. Secondo i report della corte l’uomo, noto come Dlw, avrebbe spalmato burro di arachidi sui genitali della vittima e lo avrebbe fatto leccare al cane della famiglia mentre filmava la scena. L’uomo sta scontando una condanna di 16 anni, ma a seguito della sentenza è stato assolto dall’accusa di zooerastia (“bestiality” in inglese).

Qui sotto la mappa del sito Zeta-Verein. I paesi rossi sono quelli col minore indice di tolleranza sulla zooerastia, quelli verdi hanno invece un indice di tolleranza più alto:


Fonte: www.tpi.it


Quando le persone consumano atti sessuali sugli animali, essi vengono condizionati nella loro specificità e semplicemente non hanno altra scelta che fare quello che viene loro chiesto. 

Per chi sostiene di amare gli animali, la loro dignità dovrebbe essere una priorità assoluta. Questa dignità viene completamente ignorata e offesa non solo in caso di stupro, ma anche con quelle pratiche apparentemente non violente che sottomettono l’animale e lo riducono a mero strumento sessuale.

"Crimini sessuali contro gli animali caratteristiche, comportamento e profili di politica criminale"  

PDF completo qui: www.lav.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/

sabato 4 novembre 2017

globalizzati e sempre più poveri: come nell’Impero Romano

I banchieri centrali non hanno mai fatto tanti danni all’economia mondiale quanti ne hanno fatti  in questi ultimi dieci anni. Possiamo anche dire che finora non hanno mai avuto tanto potere per farlo. Se i loro predecessori avessero avuto questo potere… chissà? Comunque, l’economia globale non è mai stata più interconnessa come lo è oggi, soprattutto per effetto dell’avanzamento del globalismo, del neoliberismo e forse anche della tecnologia. Ironia della sorte, tutti e tre questi fattori vengono continuamente magnificati come forze del bene. Ma gli standard di vita per molti milioni di persone in Occidente sono scesi – o sono pieni di incertezze – mentre milioni di cinesi ora hanno un livello di vita migliore. Alle persone in Occidente hanno detto di guardare a questo come ad uno sviluppo positivo; dopo tutto, permette di comprare prodotti che costano meno di quelli che produrrebbero le industrie nazionali. Ma insieme al loro posto di lavoro nella produzione, è sparito anche tutta la loro way of life, il loro modello di vita. O, piuttosto, si è nascosto dietro un velo di debiti, tanto da non poter credibilmente negare che circa tre quarti degli americani hanno difficoltà a pagare le bollette. Cosa che sicuramente non succedeva dagli anni ’50 e ’60.
In Europa occidentale questo è un po’ meno evidente, o forse è solo in ritardo, ma con il globalismo e il neoliberismo, che sono ancora le religioni economiche dominanti, non ci sarà via d’uscita. Che è successo? Beh, noi non facciamo più le cose. Ecco Mensa socialetutto. Dobbiamo comprare da altri tutte le cose che ci servono: sempre di più. E di conseguenza non abbiamo nemmeno le competenze per fare altre cose. Siamo diventati dipendenti, per la nostra sopravvivenza, da nazioni che stanno dall’altra parte del pianeta. Dipendenti da nazioni che sono interessate solo a venderci le loro cose, se le possiamo pagare. Nazioni che vedono le richieste di salario interno salire e che – dovranno – farci pagare i loro prodotti a prezzi sempre più alti. E noi non avremo altra scelta che pagare. Ma possiamo pagare solo con quello che possiamo prendere in prestito – come nazioni, come imprese e come individui. Dobbiamo prendere in prestito perché, come nazioni, come società e come individui noi non facciamo più le cose. È un circolo vizioso con cui la globalizzazione ci ha benedetto. E da cui – ci viene detto – potremo uscire solo se riusciremo a crescere ancora. Cosa che non possiamo fare, perché noi non facciamo nulla.
Quindi ci affidiamo ai banchieri centrali per gestire la crisi. Perché ci viene detto che loro sanno come gestirla. Non lo sanno, ma fingono di saperlo. Però, a leggere bene tra le righe, ammettono la loro ignoranza. A Janet Yellen, poche settimane fa, è scappato di dire che non ha idea del motivo per cui l’inflazione è debole. Mario Draghi ha detto più o meno la stessa cosa. Perché non lo sanno? Perché conoscono solo i modelli attuali, che non vanno più bene, perché non si adattano. E i modelli sono tutti quelli che hanno. Nel settore bancario centrale i modelli economici sono più importanti del buon senso. La Fed ha almeno un migliaio di dottorati PhDs sotto contratto. Ma la Yellen, il loro capo, continua a sostenere che “forse” sono sbagliati i modelli che dicono che se cresce l’inflazione aumentano i salari. Non hanno idea del perché i salari non crescano. Perché i Migrantimodelli dicono che invece dovrebbero crescere. Perché loro hanno tutti un lavoro – i 1000 dottoroni ben pagati. E questo è tutto quello che hanno da dire. Dicono che il fatto che i salari non aumentano è un mistero.
Io dico che quelli per cui questo è un mistero non sono le persone giuste per fare il lavoro che fanno. Se si esportano milioni di posti di lavoro in Asia, si sposta anche il potere negoziale dei lavoratori e li si spinge a fare dei lavori di merda e senza nessun benefit, allora c’è solo un risultato possibile. E questo risultato non include né inflazione, né crescita dei salari. L’unico risultato possibile, invece, è una erosione continua delle economie. Il mantra globalista afferma che riempiremo lo spazio che perdono le nostre economie offrendo  posti di lavoro migliori, nel settore dei servizi e nel settore della conoscenza. Ma la realtà non segue il mantra. La maggior parte dei nuovi posti di lavoro non sono sicuramente “migliori”. E mentre aspettiamo di vedere questi posti di lavoro migliori, salutiamo i clienti di Wal-Mart, vediamo che i robot cominciano a prendersi cura di quel poco che ci rimane della nostra capacità produttiva e i servizi pronta consegna eliminano dagli scaffali anche quello che restava nei nostri magazzini di mattoni e di calce. Sì, questo significa che stiamo perdendo anche i lavori “di minor qualità”.
Nel frattempo i cinesi, che ora fanno i nostri vecchi lavori, sono stati capaci di farli grazie ad una folle quantità di inquinamento prodotto. E come se non fosse abbastanza, recentemente, solo per mantenere in vita il loro nuovo magico paradiso produttivo, sono stati costretti a prendere in prestito tanto quanto abbiamo preso in prestito noi – a livello statale, a livello di governo locale e ora anche a livello individuale. In Cina, le funzioni del credito sono come gli oppiacei in America. Milioni di persone che non erano mai entrate in contatto con le cose – e avrebbero continuato a viver bene anche se non ci Nuovi poverifossero mai entrate in contatto – ora sono state agganciate. Ma sono stati agganciati anche i governi locali, che hanno creato un sistema bancario ombra che minaccerà presto Pechino; ma per i cittadini, questo, è un fenomeno relativamente nuovo. E si vede gente che dice cose come: “Se non compri un appartamento oggi, non te lo potrai mai più permettere”; oppure: “Una persona senza un appartamento non ha futuro a Shenzhen”.
Sappiamo tutti che è sbagliato, ma i cinesi sono gente che ha visto solo che i prezzi dei beni salgono, e che non ha mai pensato che esistono delle città fantasma, e che ha pochi altri modi per parcheggiare i soldi che si guadagna, grazie al lavoro importato dagli Stati Uniti e dall’Europa. Pensano, senza avere mai dubbi, che i loro salari continueranno a crescere, proprio come il “valore” degli appartamenti. E’ gente che non ha mai visto i prezzi scendere. Ma se noi dobbiamo prendere soldi in prestito per permetterci di comprare i prodotti che (i cinesi) fanno per ripagare i soldi che hanno preso in prestito per comprare i loro appartamenti, allora siamo tutti in difficoltà, siamo tutti in mezzo ai guai. E allora è la stessa globalizzazione ad essere in difficoltà. I beneficiari assoluti, i proprietari della globalizzazione saranno in mezzo ai guai. Anche se lo saranno non prima di essersi pappati la maggior parte dei frutti del nostro lavoro. Che cosa ci farete, poi, con tutti i vostri miliardi, quando il tipo di società che avevate conosciuto quando siete cresciuti saranno state sradicate dal processo stesso che vi ha permesso di fare quei miliardi? Da qualche parte però, quei miliardi dovranno andare!
Se quei 1000 dottoroni vogliono studiare un nuovo modello, potrebbero cominciare da qui. La globalizzazione provoca molti problemi. Il fatto che il lavoro scompaia dalle società – in modo che i cittadini di queste società possano però acquistare gli stessi prodotti per pochi centesimi di meno, se vengono in Cina – è un grande problema. Ma il problema principale della globalizzazione è quello finanziario: i soldi svaniscono continuamente dalle società, che devono indebitarsi sempre più per non regredire. La globalizzazione, come qualsiasi tipo di centralizzazione, fa questo: chiede soldi lontano, li chiede alle “periferie”. Il modello di Wal-Mart, McDonald’s, Starbucks ha già portato via lavoro, negozi e soldi incalcolabili dalle nostre società, ma non abbiamo ancora visto nulla. L’avvento di Internet farà prendere gli steroidi a quel modello; ma perché bisogna lasciare che Legionario romanoun gruppo di capitalisti-avventurieri di Silicon Valley gestisca certi affari, come Uber o Airbnb, anche nel posto in cui viviamo noi, quando noi potemmo farlo benissimo e utilizzare i profitti di questi affari per migliorare la nostra comunità, invece di lasciarla diventare più povera?
Vedo che, nel Regno Unito, Jeremy Corbyn ci aveva già pensato, e aveva fatto bene. La Gran Bretagna può diventare la prima grande vittima del lato oscuro della centralizzazione e, dopo essere uscita dall’organizzazione che l’appoggia – l’Unione Europea – l’idea di Corbyn di creare una cooperativa locale per sostituire Uber è proprio il modo di pensare di cui avrà bisogno. Ma perché devi accentrare tanti soldi e tanta capacità produttiva e poi lasciare tutto nel posto in cui si vive? Non si riuscirà mai a correre abbastanza velocemente, e non si deve farlo. Questo è il succo del dibattito sulla centralizzazione dell’Impero Romano. Anche se i Romani non spingevano mai le loro periferie a smettere di produrre i beni essenziali, però chiedevano di versare a Roma una parte. Il loro problema era Raul Ilargi Meijerche, verso la fine dell’Impero, la quota-parte che richiedevano (con la forza) divenne sempre più grande. Fino a che le periferie non si ribellarono – anche loro con forza.
Il club delle banche centrali del mondo presto avrà delle nuove leadership. La Yellen potrebbe andar via, così come Kuroda in Giappone e Zhou in Cina; la Bce e Mario Draghi – della Goldman – cambieranno un po’ più tardi. Ma non c’è nessun segnale che le religioni economiche a cui aderiscono tutti saranno sostituite; così si andrà avanti con la centralizzazione. E se non dovesse funzionare, imporranno ancora più centralizzazione. Come finiranno i giochi in questo processo è dolorosamente ovvio già dall’inizio. La centralizzazione alimenta forze centrali, siano esse governative, militari o commerciali, pagate con i frutti del lavoro delle popolazioni locali, delle periferie. Questo è un processo che, sempre e inevitabilmente, andrà a sbattere contro un muro, perché sono troppi i frutti di quel lavoro che vengono tolti. Troppo è il peso di quei frutti che continuano a scorrere verso il centro, sia verso la Silicon Valley, sia verso Wall Street o sia verso Roma Antica. Non c’è nessuna differenza. Ci sono cose che si possono tranquillamente centralizzare (come le trattative di pace), ma non si possono centralizzare beni essenziali come il cibo, la casa, i trasporti, l’acqua, l’abbigliamento. Hanno un costo troppo alto a livello locale per essere centralizzati. Oppure tutti e ovunque finiremo per romperci l’osso del collo solo per sopravvivere. E’ molto facile, forse perché nessuno ci fa caso.
(Raul Ilargi Meijer, “La globalizzazione è povertà”, da “The Automatic Earth” del 16 ottobre 2017, post ripreso da “Come Con Chisciotte” con traduzione di Bosque Primario).

fonte: http://www.libreidee.org/

martedì 31 ottobre 2017

il 31 ottobre festeggiate pure ma almeno sappiate cos'è

Halloween (o Hallowe’en) si celebra principalmente negli Stati Uniti la notte del 31 ottobre e seppure rimandando a tradizioni antiche della cultura celtica e anglosassone, in realtà viene interpretata oggi come una specie di Carnevale consumistico.

L’usanza si è diffusa anche in altri Paesi del mondo e le sue caratteristiche sono molto varie: si passa dalle sfilate in costume ai giochi dei bambini, che girano di casa in casa chiedendo dolcetto o scherzetto

Elemento tipico della festa è la simbologia legata al mondo dell’occulto, tradotta sotto forma di immagini macabre.

Il tutto somiglia a un grosso business legato a travestimenti, oggettistica, cibi, organizzazione di eventi e viaggi a tema perdendo totalmente il suo significato originale, che noi cercheremo di individuare ...



Percorso a ritroso

Partiamo dall’attuale nome. La parola Halloween è attestata la prima volta nel XVI secolo, e rappresenta una variante scozzese del nome completo All-Hallows-Eve, cioè la notte prima di Ognissanti (in inglese arcaico All Hallows Day, moderno All Saints). Sebbene il sintagma All Hallows si ritrovi in inglese antico(ealra hālgena mæssedæg, giorno di messa di tutti i santi), All-Hallows-Eve non è attestato fino al 1556.

Si parla quindi di Ognissanti, nota anche come Tutti i Santi, una solennità che celebra insieme la gloria e l’onore dei Santi canonizzati e non. Infatti attualmente la festa cattolica (in latino: Festabant Omnium Sanctorum) cade il 1º novembre, seguita il 2 novembre dalla Commemorazione dei Defunti, ed è una festa di precetto che prevede una veglia e un’ottava nel calendario della forma straordinaria del rito romano. Ovvero come recita il Diritto canonico: « i fedeli sono tenuti all’obbligo di partecipare alla Messa; si astengano inoltre, da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo. »(Codice di diritto canonico, can. 1247)..

Il riferimento alla festa di Ognissanti, ricordiamo che è datato al XVI secolo, sembra rientrare quindi in una tradizione cattolica.

13 maggio o 1 novembre? La stessa festa di Ognissanti però ha una sua storia “mobile”.

Le commemorazioni dei martiri, comuni a diverse Chiese, cominciarono ad esser celebrate già nel IV secolo. Le prime tracce di una celebrazione generale sono attestate ad Antiochia, e fanno riferimento alla Domenica successiva alla Pentecoste. Questa usanza viene citata anche nella settantaquattresima omelia di Giovanni Crisostomo (407) ed è preservata fino ad oggi dalle chiese orientali.
Anche Efrem Siro (373) parla di tale festa, e la colloca il 13 maggio.

Foto: Pantheon a Roma, Tempio dedicato a tutti gli dei consacrato a Santa Maria e tutti i martiri il 13 maggio 609 o 610

Una conferma di questa data potrebbe essere la festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Beata Vergine e a tutti i martiri, avvenuta il 13 maggio del 609 o 610 da parte di Papa Bonifacio IV; la data del 13 maggio coincide con quella citata da Efrem.

Non sembra un caso però che la data del 13 maggio coincida con quella delle Lemuria, antica festa religiosa Romana, dedicata ai Lemuri (latino “lemures”, cioè “spiriti della notte”, detti anche Larvae, termine equivalente a fantasma): sono gli spiriti dei morti della religione romana, considerati come vampiri, ossia anime che non riescono a trovare riposo a causa della loro morte violenta. Secondo il mito tornavano sulla terra a tormentare i vivi, perseguitando le persone fino a portarle alla pazzia.

Foto: Bronzetto raffigurante la dea Ecate: come riferisce Esiodo, la dea Ecate estendeva il proprio potere in cielo, in terra e nelle acque del mare. per questo il suo aspetto era triforme.Per la sua funzione apotropaica veniva posta in corrispondenza di porte, trivi e incroci di strade, proprio allo scopo di proteggere le vie e le entrate della città.
Si credeva che queste creature, non ben identificate né definibili proprio per la loro condizione di fatale ed eterna transitorietà, vagassero senza posa per le strade come anime in pena, in una sorta di limbo. Il senso di orrore che circondava queste figure spettrali veniva fugato ponendo agli incroci delle strade la dea Ecate, antichissima divinità ctonia e portatrice di luce, spesso rappresentata con una o due torce.

La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Le Lemuria ricorrevano il 9, 11 e 13 maggio: è molto probabile che queste siano le più antiche feste dei morti celebrate a Roma. Il rituale prevedeva che il Pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Durante queste feste i templi venivano chiusi ed era proibito sposarsi.

In seguito Papa Gregorio III (731-741) scelse il 1º novembre come data dell’anniversario della consacrazione di una cappella a San Pietro alle reliquie “dei santi apostoli e di tutti i santi, martiri e confessori, e di tutti i giusti resi perfetti che riposano in pace in tutto il mondo”.

Il 1º novembre venne decretato festa di precetto da parte del re franco Luigi il Pio nell’835. Il decreto fu emesso “su richiesta di papa Gregorio IV e con il consenso di tutti i vescovi”.

Il trasferimento della data dal 13 maggio al 1 novembre è stata motivata da alcuni studiosi, come lo storico James Frazer (1854 -1941), come scelta da parte della Chiesa di creare una continuità cristiana con Samhain, l’antica festa celtica del nuovo anno (secondo le teorie dello storico Rhŷs), a seguito di richieste in tal senso provenienti dal mondo monastico irlandese.

Foto: Sir James George Frazer (Glasgow, 1º gennaio 1854 – Cambridge, 7 maggio 1941) è stato un antropologo e storico delle religioni. Celeberrimo il suo saggio “Il ramo d’oro”

Questi studiosi sostennero che, secondo le credenze celtiche, durante la festa del Samhain i morti avrebbero potuto ritornare nei luoghi che frequentavano mentre erano in vita, e che quel giorno celebrazioni gioiose venissero tenute in loro onore. Questo aspetto della festa non sarebbe mai stato eliminato pienamente, nemmeno con l’avvento del Cristianesimo che infatti il 2 novembre celebra i defunti. Questa corrente quindi spiega lo slittamento della data con un recepimento in seno alla religione ufficiale, di tutte le manifestazione di origine pagana difficili da estirpare e pertanto convertite o sovrapposte a feste cristiane.

Non tutti concordano con questa spiegazione. Lo storico Hutton,ad esempio, ha messo in discussione la tesi, osservando come Ognissanti venisse celebrato da vari secoli (prima di essere festa di precetto), in date discordanti nei vari paesi: per la chiesa di Roma era il 13 Maggio, in Irlanda (paese di cultura celtica) era il 20 aprile, mentre il 1 Novembre era una data diffusa in Inghilterra e Germania (paesi di cultura germanica). Inoltre, non ci sarebbero prove che Samhain avesse a che fare coi morti, e la Commemorazione dei defunti iniziò a essere celebrata solo in seguito, nel 988.

Tuttavia il folklore legato all’attuale Halloween è fortemente segnato dalla convinzione che si tratti di una festa di origine celtica. Indaghiamo meglio quindi il significato di Samhain.

Samhain (pronunciato in inglese [ˈsɑːwɪn], [ˈsaʊeɪn] o [ˈsaʊɪn][ in irlandese [ˈsˠəunʲ]) scritto anche Sauin (alla mannese), è una festa pagana di origine gaelica che si celebra tra il 31 ottobre e il 1º novembre, questa festività è spesso conosciuta anche come Capodanno celtico.

Il nome samhain è della lingua irlandese moderna e deriva da una parola in irlandese antico, samain, samuin, o samfuin, che potrebbe significare “fine dell’estate”.

Il calendario di Coligny, l’unica fonte archeologica che fa riferimento al computo del tempo presso i Celti, è un’epigrafe in lingua gallica incisa in caratteri latini su tavola in bronzo, risalente alla fine del II secolo d.C., contenente un antico calendario gallico rinvenuto nel 1897 a Coligny, nei pressi di Lione. Il reperto è conservato al museo della civiltà gallo-romana di Lione.


Calendario di Coligny, II sec. d.C.

Su questo calendario l’unica festa chiaramente indicata è proprio il Trinuxtion Samoni (Samonios); che cadrebbe all’incirca alla fine di ottobre. Va infatti ricordato che la suddivisione dell’anno presso i celti si basa su mesi di 30 o 29 giorni.

L’evidenza del Calendario di Coligny indica questa data come la più importante, un vero capodanno che segna la fine del raccolto, l’inizio dell’inverno, la fine di un ciclo agricolo-pastorale e l’inizio del successivo.

La cui vigilia veniva festeggiata con estrema solennità e una notevole abbondanza di rituali. Fra questi, nella tradizione agricola, erano i falò notturni. Nei falò venivano gettate ossa di animali macellati e probabilmente primogeniti di animali d’allevamento, dagli stessi falò si traeva il “nuovo fuoco” con cui accendere i focolari domestici. Attorno ai falò si festeggiava e danzava con riti orgiastici.


Falò rituali di Samhain

Il giorno di Samhain infine si collocava in un luogo senza tempo, a cavallo tra il ciclo concluso e quello a venire. Da qui a stabilire che fosse un giorno magico, in cui i confini del mondo dei vivi e di quello dei morti diventano più labili permettendo ai morti di far visita ai viventi, il passo è veramente breve. La paura dell’inverno, della carestia e della morte in senso fisico o in senso spirituale, la possibile commistione tra il regno dei vivi e quello dei morti, si sono fuse dando origine ad una varietà di superstizioni e di rituali apotropaici, ovvero dedicati allo scongiuro di ogni male.

La festa diventa momento sociale di affermazione della comunità, esorcismo delle paure del freddo e dell’inverno buio, occasione per rinnovare l’onore e la gloria dei propri defunti, ma anche per cacciare gli spiriti “dannati” che potrebbero giungere in mezzo agli uomini. Tutto questo in un tempo in cui il clan rappresentava la forza e la salvezza dell’individuo. Ha quindi un significato sociale e propiziatorio considerevole.

Il travestimento e “dolcetto o scherzetto”

La pratica del travestirsi risale invece al Medioevo e si rifà alla pratica tardo-medioevale dell’elemosina, quando i poveri andavano porta a porta ad Ognissanti (il 1º novembre) e ricevevano cibo in cambio di preghiere per i loro morti da reditare il successivo giorno della Commemorazione dei defunti (il 2 novembre).

Shakespeare menziona la pratica nella sua commedia I due gentiluomini di Verona (1593), quando Speed accusa il suo maestro di “lagnarsi come un mendicante ad Hallowmas [Halloween]”.

La zucca e Jack-o’-lantern
Un Jack-o’-lantern è una zucca lavorata a mano, tradizionalmente adoperata nei paesi anglosassoni durante la ricorrenza di Halloween. Privata della polpa interna, la zucca assume la forma di un involucro vuoto che, cesellato opportunamente, vuole richiamare la sagoma di un volto. Una fonte di luce, usualmente una candela, viene inserita all’interno della zucca. In seguito la calotta superiore, prima recisa, viene impiegata a mo’ di coperchio, in maniera che il chiarore dello stoppino rischiari la sagoma dall’interno, mettendo in luce i tratti della sagoma intagliata.

I Jack-o’-lantern venivano ricavati da grandi rape, barbabietole e cavoli rapa prima dell’introduzione della zucca dall’America.

Una versione moderna di Jack-o’-lantern 
 al Festival Celtico di Samhain di Edinburgh

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack, un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che un giorno al bar incontrò il diavolo. A causa del suo stato d’ebbrezza, la sua anima era quasi nelle mani del diavolo, ma, astutamente, riuscì a far trasformare il diavolo in una moneta promettendogli la sua anima in cambio di un’ultima bevuta. Jack mise il diavolo nel suo borsello, accanto ad una croce d’argento, cosicché egli non potesse ritrasformarsi. Allora il diavolo gli promise che non si sarebbe preso la sua anima nei successivi dieci anni e Jack lo lasciò libero.

Dieci anni dopo, il diavolo si presentò nuovamente e Jack gli chiese di raccogliere una mela da un albero prima di prendersi la sua anima. Al fine di impedire che il diavolo discendesse, il furbo Jack incise una croce sul tronco.

Soltanto dopo un lungo battibecco i due giunsero ad un compromesso: in cambio della libertà, il diavolo avrebbe dovuto risparmiare la dannazione eterna a Jack. Durante la propria vita commise tanti peccati che, quando morì, rifiutato dal paradiso e presentatosi all’Inferno, venne “cordialmente” scacciato dal demonio che gli ricordò il patto ed era ben felice di lasciarlo errare come anima tormentata.

All’osservazione che era freddo e buio, il demonio gli tirò un tizzone ardente (eterno in quanto proveniente dall’Inferno), che Jack posizionò all’interno di una rapa che aveva con sé. Cominciò da quel momento a girare senza tregua alla ricerca di un luogo di riposo sulla terra. Halloween sarebbe dunque il giorno nel quale Jack va a caccia di un rifugio. Gli abitanti di ogni paese sono tenuti ad appendere una lanterna fuori dalla porta per indicare all’infelice anima che la loro casa non è posto per lui.

Quindi, inizialmente, la verdura utilizzata come lanterna era la rapa. Successivamente, però, a causa della grande “carestia delle patate” in Irlanda, moltissimi irlandesi emigrarono in America, sostituendo alla rapa la più diffusa zucca americana.

Dopo aver analizzato tutti gli elementi veniamo alle Tradizioni italiane

Non mancano in Italia tradizioni popolari legate ai giorni dei Santi e dei Morti.

In alcune zone del Paese (in particolare nelle aree rurali di Friuli, Piemonte, Trentino, Veneto, Abruzzo e Puglia) nella notte tra il primo e il 2 novembre si è soliti lasciare un lume acceso, dell’acqua fresca e finanche del pane per permettere alle anime dei morti in “visita” al mondo terreno di ristorarsi. In Val d’Aosta, invece, le famiglie più rispettose della tradizione lasciano la tavola imbandita mentre sono in visita al cimitero.

Nelle campagne lombarde si sistemano coperte e lenzuola, affinché i defunti possano riposarsi in tranquillità.

Mentre in Sardegna, proprio come succede per Halloween, i bambini girano di porta in porta per chiedere delle offerte per i morti e ricevono in dono pane, fichi secchi, mandorle e dolci.

Dolci e cibi tipici

Per la ricorrenza di Ognissanti, sulle tavole italiane non mancano mai alcuni elementi tipici della tradizione culinaria del Bel Paese. Fave, castagne, mandorle e fichi secchi sono tra gli alimenti più gettonati. Ma i veri protagonisti sono i dolci. Innanzitutto ci sono le Ossa di Morti: biscotti ripieni di mandorle e nocciole. A seconda della zona questi deliziosi dolcetti possono essere chiamati Stinchetti dei morti (Umbria), Dita d’Apostolo (Calabria) oppure Fave dei Morti.

In Campania, in questi due giorni, nessuno si sogna di fare a meno del Torrone: quelli del beneventano sono di gran lunga i più buoni e si possono trovare di gusti e consistenze diversi.

In Sicilia, infine, il 2 novembre è una festa particolarmente sentita dai bambini. A loro sono riservati dolcetti e cioccolatini che, si dice, siano portati personalmente dai defunti. I più comuni sono i Pupi di zuccaro (bamboline di zucchero) e la Frutta martorana, preparata con la pasta di mandorle, detta anche pasta reale.

Pane dei morti (Lombardia)


Ossa dei morti


Fave dei morti

I falò

A Orsara di Puglia in provincia di Foggia si festeggia il “Fucacost” tra la notte tra l’1 ed il 2 di novembre dove l’antichissima tradizione vuole che si accendano dei falò (in origine di rami secchi di ginestra) che dovrebbero servire ad illuminare la strada di casa ai nostri cari defunti (in genere alle anime del purgatorio) che in quella notte tornano a trovarci.

Sulla brace di questi falò, poi, viene cucinata della carne che tutti insieme si mangia in strada e si offre ai passanti. Mentre, nella giornata dell’1 novembre, nella piazza principale, si svolge la tradizionale gara delle zucche decorate (definite le “cocce priatorje” – le teste del purgatorio).


Fucacost e cocce priatorije a Orsara di Puglia

E a proposito di zucche…

L’uso delle zucche era ben presente anche nella cultura contadina della Toscana fino a pochi decenni fa, nel cosiddetto gioco dello zozzo (in alcune parti noto come morte secca).

Nel periodo compreso tra agosto e ottobre (più frequentemente d’estate) si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno della zucca si metteva poi una candela accesa. La zucca veniva poi posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto e per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa. Si è ipotizzato anche un parallelo tra lo zozzo e la rificolona.

Una pratica identica era presente nel Lazio del nord, in anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale, e da far risalire, tramite testimonianze indirette, quantomeno alla seconda metà dell’Ottocento. La zucca intagliata ed illuminata veniva a volte chiamata La Morte.

L’uso di intagliare le zucche e illuminarle con una candela si ritrova anche in Lombardia e in Liguria, ad esempio nella cultura tradizionale di Riomaggiore nelle Cinque Terre, così come in Emilia ed in generale in tutta la pianura padana, dove fino alla fine degli anni ’50 si svuotavano le zucche o si usavano normali lanterne ed illuminate da candele, venivano poste nei borghi più bui ed anche vicino ai cimiteri e alle chiese. A Parma tali luci prendono il nome di lümera.


Conclusioni

Ci sembra che le tradizioni popolari siano molto simili. Troviamo analogie tra Lemuri, l’irlandese Jack e le cocce priatorije, nell’uso delle zucche scavate e dei falò, nella tradizione di produrredolci speciali e nella peregrinazione di casa in casa, quanto alla consuetudine di ritrovarsi a celebrare la fine del raccolto questa dev’essere stata geograficamente e culturalmente estremamente diffusa nel mondo contadino.

Ci sembra che ancora oggi ci sia il desiderio di assecondare queste ataviche esigenze di scongiuro e di celebrazione dei propri cari.

Quindi festeggiate, festeggiate con gioia, con zucche e falò, dolci e affetti, riappropriatevi delle usanze della vostra regione, chiedetele ai nonni e insegnatele ai figli, ma per favore non chiamatelo Halloween!

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Fonte: lastoriaviva.it

fonte: https://crepanelmuro.blogspot.it/