lunedì 11 dicembre 2017

Guénon: macché progresso, scivoliamo verso la barbarie

René Guenon è un esoterista francese del Novecento. Esoterista è una parola non proprio comune, anzi del tutto fuori moda nell’odierna civiltà. Esoterista è chi si occupa dell’esoterico, cioè di un sapere per pochi iniziati attinente alle cose Nascoste, Ultime, Vere. Ha a che fare con un approccio spirituale, con una venerazione per il ‘Sacro’ collocabile a mille miglia, agli antipodi addirittura, dal greve materialismo, dalla superficialità chiacchierona, dall’agire compulsivo e senza scopi dell’Evo post moderno. In ogni caso, Guenon suggeriva una lettura della Storia umana in totale controtendenza rispetto a quella insegnata nelle scuole, soprattutto occidentali, e di cui molti ‘maestri’ contemporanei sono imbevuti debitori. Parlo dell’idea ‘progressista’ secondo la quale le vicende umane sono paragonabili a una freccia, a un tracciante ben direzionato che va da un prima a un dopo, ma anche da un indietro a un avanti, da un sotto a un sopra, da un meno a un di più. Secondo questa logica, il nostro è il migliore dei mondi possibili proprio perché viene dopo quelli barbari del passato.
Tale logica ha partorito il concetto dei ‘secoli bui’ medievali e il mito illuminista e positivistico di una Ragione Umana tesa a una marcia di ineluttabile miglioramento delle nostre sorti e condizioni. Ebbene, la visione di Guenon cattura perché sovverte René Guénonla prospettiva. Egli recupera gli insegnamenti di uno dei primi poeti greci, Esiodo, e di molta letteratura indiana antica sui cicli cosmici. Da queste fonti ricava il convincimento di una Storia composta di cicli votati al degrado anziché al progresso, una successione di ere che  – da quella dell’oro – scalano a quella dell’argento e poi del bronzo e poi del ferro. Secondo Guenon, l’età in corso (e lui se ne andò prima di assistere allo sfacelo dei decenni successivi alla sua morte) è quella del Kali Yuga, cioè del materialismo trionfante, dell’amnesia spirituale, della solidificazione energetica.
Il metodo suggerito da René asseconda una presa di coscienza oggi detestata dagli ottimisti a cottimo, da quelli che ‘bisogna pensare positivo’, dai cultori dei prodigi futuristi della scienza e della tecnica. Infatti, esorta ad aprire gli occhi e a non farsi illusioni. Derubrica a umana arroganza la pretesa di poter cambiare lo stato delle cose, di voler trovare una via d’uscita dalla crisi morale, politica, economica, sociale dell’Evo Competitivo. Questo, secondo Guenon, è il Tempo del Declino e ogni pulsione prometeica di mutarne il verso, di capovolgere il senso degli eventi, si libra – per ciò stesso – nei cieli dell’utopia. Insomma, Guenon, custode di una Tradizione perduta, ci suggerisce non di lottare per cambiare il mondo esterno, ma di lottare per cambiare il mondo interno, per non spegnere la piccola fiaccola di ‘altezza’, di ‘profondità’, di ‘senso’, di ‘sacro’, ancora accesa in noi, sempre che lo sia. In attesa di una svolta che verrà – questo è certo – ma non grazie all’umanità attuale. Piuttosto, nonostante essa.
(Francesco Carraro, “Magnifiche sorti regressive”, dal blog di Carraro del 29 ottobre 2017).

fonte: http://www.libreidee.org/

domenica 10 dicembre 2017

dove il sacro rompe i confini

Sento un’aura simile, un carisma nel dolce cantilenare del Padre Nostro nella lingua di Cristo sull’Eufrate, nell’emergere dell’armonia delle quinte dalla tempesta di voci degli hassidim di Rabbi Nachman in Galilea, nei vocalizzi ipnotici e nei sospiri profondi dei sufi chishti di Kabul, nelle preghiere dello shabbat ad Antiochia.



All’inizio documentavo piccole e grandi religioni all’ombra di guerre antiche e recenti, e sulle loro ceneri. Poi, a un certo punto sono state le mie immagini a cercarmi, a parlare da sole, raccontando delle preghiere e dei sogni, dell’acqua e del fuoco, della memoria, del teatro della festa dei morti, della via dei canti. Ora quello che faccio è una cosa semplice, quasi infantile: raccolgo schegge di un grande specchio rotto, miliardi di schegge, frammenti incoerenti, pezzi, atomi, forse mattoni della torre di Babele. Forse questo può fare il fotografo, raccogliere tessere di un mosaico che non sarà mai completo, metterle nell’ordine che gli sembra giusto, o forse solo possibile, sognando quell’immagine intera del mondo che magari da qualche parte c’è, o forse c’era e s’è perduta, come la lingua di Adamo.




























Da molti anni – scrive Bulaj – viaggio lungo i confini dei monoteismi, in oasi d’incontro assediate da fanatismi armati, nelle patrie perdute dei fuggiaschi di oggi. Asili delle fedi, come il Bosforo, sul quale le donne armene e turche si addormentano insieme accanto al sepolcro di un santo bizantino, praticando l’incubatio, di cui si scriveva già prima di Erodoto, anestetizzando con il sonno la memoria dello sterminio che le divide. Come i monasteri nel deserto egiziano, attaccati dai fanatici. Come il Kosovo, dove i musulmani venerano lo sfortunato santo dei serbi re Stefano, accecato dal proprio padre e ucciso dal figlio. Come Damasco, dove cristiani, musulmani, sciiti e sunniti pregano fianco a fianco nella moschea degli Omayyadi, presso il catafalco di Giovanni Battista e sotto al minareto di Cristo. Come il monastero Deir Mar Musa, le cui pietre sono state posate nuovamente da cristiani e musulmani, perché qui hanno pregato insieme per un millennio, nella stessa Siria.







ho cercato di sentirla parlare, allo Spazio Forma, ma, al solito, il tutto era organizzato male, nella noncuranza più offensiva.
ho carpito stralci di parole, ho visto le foto in punta di piedi, indietro di venti metri, la più piccola tra una folla di esclusi. 
questa fotografa mi piace, mi piace sentirla parlare, perché sa parlare.
un fotografo deve sapere quello che fa. e deve saperlo bene, e deve saperlo spiegare.
questa è la differenza.

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

giovedì 7 dicembre 2017

l'agonia di Moro




di Gianni Lannes

Chi ha ucciso materialmente Aldo Moro? Di certo non i brigatisti Mario Moretti e Prospero Gallinari, poiché dietro di loro operava un altro livello. Il 9 maggio 1978 Aldo Moro, che sa della trattativa "a buon fine" della Santa Sede, pensa di essere condotto verso la liberazione. All’alba viene messo nella Renault 4. Moro viene freddato a bruciapelo dal passeggero anteriore, mentre è seduto dietro il guidatore. La messinscena dello Stato tricolore per occultare la verità è giunta al capolinea, nonostante depistaggi e menzogne istituzionali.




I brigatisti - inspiegabilmente graziati dallo Stato tricolore in cambio del segreto perpetuo sulla morte dello statista - hanno sempre sostenuto che Moro è morto sul colpo, invece risulta "liquido salivare posizionato sul bavero sinistro della giaccia, deglutito circa mezz’ora dopo la sparatoria". Quindi Moro era vivo. L’onorevole Moro sopravvive ai primi colpi ravvicinati d’arma da fuoco. Dunque, una lenta agonia.


Il polpastrello sinistro di Moro risulta "scheggiato" da un proiettile. Al momento del ritrovamento del cadavere, la mano sinistra è sotto il suo bacino, che però non è attinto da colpi, presenti invece intorno al cuore. Di conseguenza, il polpastrello è attinto quando la mano è dinanzi a Moro sparato a bruciapelo, e che istintivamente alza proprio la mano, quasi in un ultimo tentativo di difesa.
Le sequenze di sparo sono tre e di differente tipologia. I reperti balistici della scena del crimine rinvenuti sono 9 bossoli ed 11 proiettili. Mancano tre bossoli ed un proiettile, perché i colpi sparati sono 12, secondo la perizia di Gianluca Bordin, un numero confermato anche dalla perizia del RIS. Inoltre, la perizia del professor Alberto Bellocco, realizzata con il nomogramma di Henssge, basato sulla temperatura corporea, indica le 4:35 come orario esatto. Dunque, non erano le 8:30 come prende per buona la ricostruzione giudiziaria basata sulle menzogne del memoriale Morucci-Faranda.

I brigatisti hanno sostenuto di aver sparato a Moro all’interno del box in via Montalcini a Roma, con la parte anteriore della Renault 4 rivolta verso l’ingresso del garage. Hanno oltretutto indicato un numero di colpi difforme da quelli reali.

Dettaglio fondamentale: nel 1978 fu accertata la presenza di sangue umano sul tettuccio della Renault 4, esattamente sulla parte interna del vetro posteriore sinistro della macchina e sul pianale del portabagagli. Il dato è riscontrabile nella perizia medica legale sottoscritta dai professori Silvio Merli, Cesare Gerin e Franco Marracino (pagina 41). Dentro la R4 venne identificato sangue umano compatibile con quello di Moro.

Perché i carabinieri del RIS non hanno preso in considerazione tutti gli aspetti che indicano con precisione la traiettoria di entrata dei diversi colpi d’arma da fuoco?

Come mai la magistratura italiana non ha mai interrogato Henry Kissinger che minacciò di morte Aldo Moro? E per quale ragione non è mai stato convocato in Italia, Steve Pieczenik inviato in missione da Washington per far assassinare l’uomo politico italiano? Infine, perché le carte Moro, nonostante i roboanti proclami di Renzi sono ancora in gran parte secretate?

"L'Italia è un Paese senza verità. Bisogna rifondare la verità se si vuole rifondare lo Stato. Se non riusciamo ad arrivare alla verità sul caso Moro, siamo davvero perduti": parole di Leonardo Sciascia. 

Se Aldo Moro non fosse stato assassinato la storia italiana avrebbe preso un'altra piega, e l'Italia non sarebbe una colonia a stelle e strisce in cui i politicanti italidioti devono andare a accreditarsi sempre dallo zio Sam, prima di genuflettersi e prendere ordini da Washington.



martedì 28 novembre 2017

sulla natura mostruosa del potere e sulle sue subdole dinamiche



Mai come nell'attuale momento storico di fine ciclo il potere è riuscito a schermarsi alla perfezione dietro un sistema apparentemente libero e democratico. Apparentemente perché dietro al sistema presentabile in cui bazzica da più o meno 70 anni l’Occidente si cela un Leviathan che sta gradualmente distruggendo tutto ciò che di buono era stato attuato nel secolo scorso: il Welfare State (soprattutto l’istruzione, capace, fino a inizio anni ’90, di formare coscienze critiche) e la libertà di pensiero, oggi polverizzata da un apparato mediatico pervasivo e spersonalizzante. Ma che cosa si intende per “potere”? Il potere non deve essere identificato con strutture, istituzioni politiche ed economiche visibili all’occhio profano. Il potere è prima di tutto una dinamica, un rodaggio di per sé immutabile, che si perpetua nel corso dei secoli attraverso molteplici forme e modalità. Per fare un esempio spicciolo, una tipica manifestazione del potere è l’accentramento della formazione  e del sapere nelle mani di pochi accademici ed intellettuali integratissimi nel sistema, un tempo chierici, oggi laici, che bollano come non scientifiche tutte le teorie, riflessioni e opinioni che non vengono sfornate da loro e da tutti i loro epigoni. Attraverso tale accentramento nel corso dei secoli il sapere è stato, ed è tuttora, monopolio di una cerchia ristretta di intellettuali e scienziati, che si sono arrogati il diritto – e ancora oggi lo fanno – di stabilire ciò che è scientifico e ciò che non lo è, ciò che è vero e ciò che è falso, ciò che è cultura e ciò che non lo è. Si possono fare in realtà innumerevoli esempi delle modalità attraverso le quali agisce il potere, è sufficiente uscire dagli steccati ideologici per contemplare con distacco e disincanto la sua machiavellica capacità di mimetizzarsi in regimi politici e sistemi economici molto diversi tra loro. Perché la vera natura del potere consiste nella sua capacità di assumere di volta in volta la forma che meglio conviene per nascondere la sua brutalità e per farsi accettare benvolmente da una società, un popolo, un insieme di nazioni. Anche qui è conveniente fare un esempio. L’altro giorno Eugenio Scalfari, il trombone d’Italia, in un articolo ha spiegato, dall’alto della sua cattedra, che la costituzione degli Stati Uniti d’Europa è un qualcosa di ineluttabile. Ineluttabile significa dire che i popoli europei non possono avere alcuna voce in capitolo su tale processo. Anzi, Il giornalista sosteneva che tale processo non può essere lasciato alla mercé del capriccio dei popoli, ma deve essere attuato dalle élites economiche-politiche europee. Ecco, in poche righe Scalfari ha spiegato molto bene come il potere agisce, presentando le decisioni che prende e che fa attuare a una pletora di docili esecutori come necessarie e improcrastinabili. Per poter agire impunemente il potere ha poi bisogno di una casta di encomiastici elogiatori, ruffiani appartenenti al mondo della cultura, del giornalismo e della scienza. A questo scopo vengono piazzati in questi campi dei fedeli servitori, che hanno la missione, dietro lauto stipendio, di veicolare la visione totalitaria che di cui il potere è di volta in volta espressione. A questo servono i vari Piero Angela, Roberto Saviano ed Eugenio Scalfari.

Un’altra modalità tipica attraverso cui il potere preserva se stesso è l’ideologizzazione della politica: si fa credere, in un determinato periodo storico, che la destra o la sinistra o un movimento bipartisan o al di sopra delle parti sia il candidato ideale ad attuare dei cambiamenti essenziali per una nazione e la sua società civile, ed il gioco è fatto. In realtà tali cambiamenti non solo non vengono attuati, ma la parte politica appoggiata dal potere è funzionale al mantenimento dello statu quo, e ciò accade sempre, in maniera più o meno accentuata secondo il periodo storico. Il motto a cui si rifà il potere è “cambiare tutto per non cambiare niente”. Cambiare le facce, i metodi, le istituzioni ma conservare l’esistente, con tutte le sue brutture e anomalie, questa è la funzione di chi viene scelto dal potere per ricoprire ruoli di comando. Lo abbiamo visto con la sinistra negli anni ’90, con la destra berlusconiana e forse vedremo agire lo stesso meccanismo con il Movimento 5 Stelle, se riuscirà ad andare al potere. Non si illudano i militanti del M5S: il potere non lascerà mai che la base possa entrare nei processi decisionali, avendo esso  anzitempo individuato ad hoc precise figure interne al movimento e che rivestono ruoli di comando, che hanno il compito di bypassare le istanze della base. Ecco spiegata l’ambiguità e l’evanescenza del programma del M5S, che può essere definito “un non programma”, poiché non definisce chiaramente qual è, per esempio, la linea di politica economica e di politica estera che il movimento intende sposare. E questa evanescenza è determinata da una ragione ben precisa: evitare che il movimento possa compromettersi ed esporsi con posizioni troppo nette. Il potere, infatti, potrebbe dispiacersene.

Per concludere, vorrei fare un accorato invito a chi mi segue ad uscire da una ristretta visuale ideologica della realtà, da qualsiasi angolazione la si guardi. Occorre comprendere che il potere è  è un'Idra a cento teste. Al potere non interessa la giacca che di volta in volta gli esecutori delle sue decisioni indossano. Esso può allearsi tanto con la destra, con la sinistra e con movimenti neutrali, a seconda della convenienza del momento. In tal senso il potere non é né di destra né di sinistra, ma al di sopra di tali categorie, che sviano i fessacchiotti ammalati di ideologismo. Oggi il potere è alleato con le sinistre, per il semplice fatto che esse, meglio di altre parti politiche, da circa 20 anni si prostituiscono volentieri alle sue logiche perverse. Non esiste - e forse non è mai esistita - una sinistra antisistema, essendo destra e sinistra le maschere intercambiabili dietro le quali si cela il potere.
Ingenuo (o in malafede) è chi pretende di identificare il potere unicamente con le destre. Questa identificazione è oggettivamente un'aberrazione, veicolata dai media, che portano avanti tale identificazione con uno scopo preciso: sviare dai partiti di sinistra il sospetto di connivenza col potere. Connivenza che è sotto gli occhi di tutti, meno che per gli allocchi ideologizzati e per i fanatici di questo o quell'altro movimento politico civetta. 


Cercate di ragionare con la vostra testa e non secondo le categorie deviate che il Pensiero unico, strumento ideologico del potere, propina generosamente attraverso i suoi indefessi araldi. Non saranno né la destra né la sinistra a salvare l’Italia e il mondo interno, ma la vostra capacità di smascherare impietosamente le mimetizzazioni del potere e le sue infiltrazioni in tutti i gangli della società.

fonte: http://federicafrancesconi.blogspot.it/

venerdì 24 novembre 2017

le 10 regole per il controllo sociale di Noam Chomsky



Noam Chomsky:
L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche.

1 – La strategia della distrazione. L’elemento principale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel distogliere l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche utilizzando la tecnica del diluvio o dell’inondazione di distrazioni continue e di informazioni insignificanti.
La strategia della distrazione è anche indispensabile per evitare l’interesse del pubblico verso le conoscenze essenziali nel campo della scienza, dell’economia, della psicologia, della neurobiologia e della cibernetica. “Sviare l’attenzione del pubblico dai veri problemi sociali, tenerla imprigionata da temi senza vera importanza. Tenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza dargli tempo per pensare, sempre di ritorno verso la fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare il problema e poi offrire la soluzione. Questo metodo è anche chiamato “problema – reazione – soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” che produrrà una determinata reazione nel pubblico in modo che sia questa la ragione delle misure che si desiderano far accettare.
Ad esempio: lasciare che dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, oppure organizzare attentati sanguinosi per fare in modo che sia il pubblico a pretendere le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito delle libertà. Oppure: creare una crisi economica per far accettare come male necessario la diminuzione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi. Questo è il modo in cui condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte negli anni ‘80 e ‘90: uno Stato al minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione di massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire. Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria” guadagnando in quel momento il consenso della gente per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro di quello immediato.
Per prima cosa, perché lo sforzo non deve essere fatto immediatamente. Secondo, perché la gente, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. In questo modo si dà più tempo alla gente di abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo con rassegnazione quando arriverà il momento.


5 – Rivolgersi alla gente come a dei bambini. La maggior parte della pubblicità diretta al grande pubblico usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, spesso con voce flebile, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, tanto più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se questa avesse 12 anni o meno, allora, a causa della suggestionabilità, questa probabilmente tenderà ad una risposta o ad una reazione priva di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emozionale molto più della riflessione. Sfruttare l’emotività è una tecnica classica per provocare un corto circuito dell’analisi razionale e, infine, del senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del tono emotivo permette di aprire la porta verso l’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o per indurre comportamenti…

7 – Mantenere la gente nell’ignoranza e nella mediocrità. Far si che la gente sia incapace di comprendere le tecniche ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù.
“La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza creata dall’ignoranza tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare da parte delle inferiori” (vedi “Armi silenziose per guerre tranquille”).

8 – Stimolare il pubblico ad essere favorevole alla mediocrità. Spingere il pubblico a ritenere che sia di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare il senso di colpa. Far credere all’individuo di essere esclusivamente lui il responsabile della proprie disgrazie a causa di insufficiente intelligenza, capacità o sforzo. In tal modo, anziché ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e si sente in colpa, cosa che crea a sua volta uno stato di repressione di cui uno degli effetti è l’inibizione ad agire. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere la gente meglio di quanto essa si conosca. Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno creato un crescente divario tra le conoscenze della gente e quelle di cui dispongono e che utilizzano le élites dominanti. Grazie alla biologia, alla neurobiologia e alla psicologia applicata, il “sistema” ha potuto fruire di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia fisicamente che psichicamente.
Il sistema è riuscito a conoscere l’individuo comune molto meglio di quanto egli conosca sé stesso. Ciò comporta che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un più ampio controllo ed un maggior potere sulla gente, ben maggiore di quello che la gente esercita su sé stessa.

fonte: http://maestrodidietrologia.blogspot.it/

martedì 21 novembre 2017

i muri di Ljubodrag Andric















 







cosa mai ci sarà in un muro da fotografare?
è una domanda legittima e non ho una risposta.
mi piacciono le foto di Monica Bulaj che si ispira ai sussurri di dio nella mente dei popoli, com'è possibile che mi incuriosiscano dei muri?
eppure, qualcosa ha attratto la mia attenzione, durante la visita alla BAG, Bocconi Art Gallery.
ho scoperto che la manifestazione si ripete da ormai 10 anni, un solo giorno di esposizione, quindi esposizione evento, apertura al mondo del celeberrimo ateneo, ma guarda, e io dov'ero?
è stato bello passegiare in Bocconi, nella sua area più moderna e recente, e scoprire opere di arte moderna. il problema è che eravamo tutti vecchi, un esercito di adulti vecchi e decrepiti, io di studenti non ne ho avvistato manco uno. il bocconiano resiste al richiamo del bello. ho anche scritto al nipote fresco di iscrizione: ma dove sei?, ci sei? manco mi ha risposto.
tornando ai muri, le fotografie di Ljubodrag Andric sono come dei grandi punti interrogativi sulla mia faccia, nella mia retina, e, se vogliamo pensare che ci sia, nel mio cervello. 
è un'operazione in sottrazione, un muro non ha nulla da dire, ma una serie di muri probabilmente si.
è come uno schiaffo in faccia, come se mi ricordasse che i muri esistono e possono perfino essere diversi, diversificati, ma guarda, anche fotografati.
un muro, cos'è?

fonte: http://nuovateoria.blogspot.it/

domenica 19 novembre 2017

reality Italia - prologo

in questo mondo capovolto si perde la bussola,
prima si entra e poi si bussa.
Spesso ad un mega party abbonda zucchero a velo
ma dal cielo piove veleno
che manda in pappa il cervello,
il grande fratello addormenta quello,
programma osceno per atti osceni nel nulla cosmico pubblico.
Esperimento per monitorare il comportamento,
formato da autori che decidono chi far copulare, restare e mandare fuori,
Malgioglio si doccia in vestaglia,
Predolin in un momento onirico si sbaglia,
Signorini si scaglia, Impastato buca la sfoglia,
Onestini bestemmia mentre l'ex fidanzata gira la bottiglia e se la squaglia.
Rodriguez Cecilia non si riconcilia, slitta dal Monte del sapone
incrocia un ciclista e dice: "ho perso la direzione",
poi si da una mossa dietro la tenda rossa pregando in posizione fissa.
Nell'armadio il rimedio è il cambio di stagione,
vie maglie e giacche, occorre detergere le macchie.
Laddove ci sono fiabe per tradizione il sesso orale non si scrive,
gli zombie del selfie in rivolta,
sfondare la porta non è più come una volta..
Verbi diversi, diverbi sparsi, proverbi persi, avverbi,
il quasi è ad un passo dalla apoteosi.
Ascoltare o scappare di fronte a nozioni di cultura generale
messe pressapoco così,
quando affondò il Titanic? "Alla fine del film",
chi compose "il 5 maggio"? "Pascoli",
Lorenzo Flaherty svirgola sui classici,
sui vizi capitali ispirato dalla leggerezza
include la stitichezza esclusa dalla lista,
superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, accidia, ira,
con l'aria che tira i sette re di Roma è una formazione di calcetto,
in porta Romolo, in avanti Numa Pompilio, Tullio Ostilio,
Anco Marzio, Tarquinio Prisco,
Servio Tullio e Tarquinio il Superbo giocatori allenatori,
trasferta a Campo de Fiori.
Giovanni Boccaccio in piena peste nera
scrisse di un gruppo di persone
che si danno alla pazza gioia prima d'incontrare il boia.
Precursore dell'umanesimo, per incantesimo
il distratto crede che Boccaccio sia una salsa per guarnire il piatto,
il medesimo non vale un centesimo.
Sussidi, dissidi, genocidi, il passato è tale e quale al futuro,
distanza meno di un metro, entrata principale dal retro.
Nella sfera terrestre non scorre latte e miele ma scie parallele
che sembrano piste ciclabili, ammirevoli questi creativi,
pseudo immortali che vogliono renderci schiavi